La Barcunata

Periodico di Storia Antropologia e Tradizioni

Fondato da Bruno Congiustì nel 1995

Quattro passi nel paese

Foto di Vittorio Teti

Testi di Bruno Congiustì

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Portone Mannacio

Casa di proprietà della famiglia Teti. Al piano terra di questo palazzo “Mannacio” è stato aperto il primo Ufficio Postale nel 1883. Sempre al piano terra i Mannacio aveva la scuderia dei cavalli. In questo palazzo nel 1906 vi fu la più grossa rapina in paese. L’ultimo Mannacio ad abitare, prima di venderlo al maestro Antonio Teti, è stato il Colonnello Francesco Mannacio. Il palazzo è stato costruito alla fine del ‘800 e lo abitò donna Rosina Mannacio. Fu in questo palazzo che donna Rosina subì un famoso furto per il quale fu coinvolto, insieme ad altri, il famoso Francesco Catricalà “Cicciu de Mastru Gianni”. In questa occasione, fu pronunciata la famosa espressione: “che me ne fotte a me di Ciccio e de Nicola”. Questo palazzo ricadeva nella famosa contrada Taviglia dove erano ubicati, a pochi metri di distanza, tre palazzi appartenenti alla stessa famiglia.

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Ciccarelle

Nel periodo è stata aperta questa strada i proprietari dell’epoca hanno deciso di costruire la propria abitazione. Erano soprannominati “Li Ciccarejre” ovvero Francesco Galati antenati della famiglia Tromby. Questi orti rientravano nella contrada San Sebastiano che diventò via Alpini, in omaggio al corpo militare appena iniziò ad essere urbanizzata, il che avvenne subito dopo la Prima guerra mondiale. I primi a costruire su Via Alpini furono i fratelli Bosco. Lo stabile è oggi di proprietà della confraternita del Santissimo Rosario. Questo era l'ingresso della Sede del Comitato comunale di Liberazione Nazionale. Ovviamente questi locali sono da tempo restaurati. Unico componente vivente di questo Comitato è il Senatore Nicola Signorello che ricopriva il suo primo incarico politico pubblico della sua lunga e brillante carriera ed a cui mandiamo il nostro affettuoso saluto.

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Peppino

In quel piano terra di casa di Peppino Galati “de Grazianu”, funzionò per molti anni una famosa fabbrica dove si preparavano le bozze di pipe che poi l'artigiano Condina faceva arrivare a Cinquefrondi e là ultimare le ottime pipe provenienti dalle rinomate radiche di brughiera, particolarmente pregiate quelle del bosco Fellà. Salendo quei gradini, si trovava l'abitazione del compianto Calogero Cammarata, proveniente da Vibo Valentia, fondatore della Sezione del Partito Comunista Italiano insieme a Stefano Zambrano. Là, Calogero, teneva i primi incontri serali con piccoli gruppi di giovani al fine di costruire la sua Sezione. L'incontro era favorito dalla solita "padejrata" di "ciarasoli frijuti" che Calogero preparava in quelle serate non facili per nessuno. Il piano superiore della famiglia Galati, con accesso dalla gradinata, negli anni ‘50 fu sede di una classe elementare. Questa costruzione fu realizzata tra le prime su via Roma.

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Rosanejra Mastrangelo

Questo è uno scorcio della centrale via Alighieri così denominata dalla prima organica toponomastica del 1882. La gradinata sulla Dx è vico VI Alighieri, dove termina la vecchia via Tavigghia che aveva inizio da vico II Alighieri, ovvero il vico della Citateja. Dal vico di cui alla foto, si imbocca una particolare ruga che veniva chiamata “Arrede lu Papa” dal nome della famosa famiglia Papa che vi abitava. Sarebbe interessante visitare come il vico va restringendosi sempre più e poi si biforca per congiungersi, entrambi i rami, col vico alle spalle della ex casa Mijzeo oggi abitata da Silvia e Cocò Cosentino, che sbocca avanti la casa della famiglia Renda. I rami della biforcazione sono percorribili con difficoltà e la loro larghezza obbliga spesso a camminare di traverso. Molto tempo fa, non a nostra memoria, il vico si congiungeva col vico II Salita S. Nicola che, anche questo, sbocca davanti casa Renda. Quest’area del centro storico, nel tempo ha avuto modificazioni d’ogni tipo come tutti possono immaginare ma, più co_enmplessivamente, abbiamo assistito anche negli ultimi decenni, addirittura alla chiusura di vie pubbliche da parte di privati. All’imbocco di vico II Alighieri ci troviamo di fronte ad un famoso “basso”, dove non solo c’era la bottega del bastaio Mastr’Angelo, ma in questo locale crebbero generazioni di bastai riconducibili tutti e soltanto alla famiglia Riccio. Questa nobile arte è nata con i Riccio ed è morta con i Riccio. Lo stesso “basso” divenne poi, falegnameria di Mastro Nicola Pirone. A fianco alla bottega di Mastr'Angelo Riccio s’innesta un altro vicoletto di circa un metro, che lambisce la ex casa delle “Schiabarene” e mena verso un terreno rustico che una volta si chiamava “Orto Mantella”. Il locale di cui alla foto è stato sede di Cantina di vino per circa un secolo. Nel 1909 Nicola Carnovale di Vito “Facciolo” apre esercizio di vendita di vino e liquori, proprio in questo basso della propria abitazione, il cui pavimento era al di sotto del livello stradale. Alla sua morte nel 1946, la licenza passa al figlio Vito “Facciolo” che nomina gestore Totò Bevacqua. Nel 1951 la licenza passa a Peppe Iori che la trasferisce a Vincenzo Congiustì che aveva comprato tutta l’abitazione con entrata laterale. Nel periodo in cui non si esercitò attività commerciale, il basso diventò sede di Sezione politica per breve periodo, era il gruppo extraparlamentare “Servire il Popolo”. Sulla Bettola Facciolo abbiamo pubblicato un articolo a cura di Antonio Galati (Salone 900) sul numero 31 de La Barcunata Pasqua 2011.

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Pizi

La foto mostra l’abitazione della famiglia Sgro e, più precisamente, quella che fu di mastro Peppe “Daffinà” abile artigiano come tutti gli Sgro. Giuseppe Sgro fu Stefano e Scorcia Aurora, aveva sposato Caterina Pileggi “La Zerafina” figlia di Vito e Durante Vincenza; mastro Peppe era un autorevole falegname ma nella costruzione dei tetti delle case, era vera un’autorità. In questa casa mise famiglia il figlio mastro Stefano “Pizi”, che non solo si distinse nella falegnameria come il figlio Titta, ma fu sempre un valente musicante nelle bande locali e non solo; fu suonatore di tromba chiamato a distinguersi anche nelle famose bande pugliesi. Ancora oggi, la casa si distingue per una secolare pianta di vite che si arrampica lungo la facciata, fino alla terrazza alta circa dieci metri. La pianta, tra le poche, ricorda l’epoca in cui davanti le case si coltivava la vite in rispetto di un’antica tradizione greca. La tradizione, diffusissima in paese, fu oggetto di una acerrima battaglia politica tra il Sindaco Don Marino Tromby e i Mannnacio.